Stranizza d’amuri: frammenti d’anima

L’incanto “d’amuri” contro il rumore del mondo


Agli inizi del 2000 ho incontrato qualcuno (e qualcosa) che si sarebbe sedimentato nella mia anima: una fonte inesauribile di ispirazione musicale e interiore, un conforto, un senso ritrovato nei momenti di eclissi.
Ho sempre usato la musica come terapia, mai come mero intrattenimento. Per quello preferisco la comicità. La musica, invece, è un gioco molto serio. Una sorta di “stranizza” che spegne le sirene antiaeree non appena inizia a risuonare dentro le orecchie.
Franco Battiato ha catturato tutta la mia attenzione. Lasciò la Sicilia a diciannove anni, quando aveva già scritto molte canzoni, tra cui, “Stranizza d’amuri”: una poesia in dialetto che sa di radici profonde. Ma cosa succede quando l’amore resiste e persiste nel bel mezzo di una guerra mondiale? Non c’è momento migliore per porsi questa domanda se non oggi, mentre la guerra è una minaccia costante su questo pianeta stanco, corrotto e viziato.

Nuovi baricentri

Il brano, pubblicato ne L’era del cinghiale bianco (1979), è un’opera di gioventù, priva di contaminazioni, fatta di spontaneità e anima pura. Ma cos’è questa “stranizza”? È un termine che sfugge alla nomenclatura, un sentimento che non ha traduzione. Forse, può essere descritto solo da chi lo ha provato sulla propria pelle.
Non è una semplice “stranezza”. È uno spostamento del baricentro nel bel mezzo della distruzione. Qualcosa che edifica mattoni nell’anima, che scava, smussa e sostituisce il vecchio con una casa nuova, costruita con materiali prima ignoti. Perché l’anima non si ferma davanti alla Storia. L’amore germoglia anche nell’odio; ed è proprio nel nucleo del conflitto, quando diventiamo “estranei” al mondo, che scendiamo nel profondo di noi stessi.

‘Ndo vadduni da Scammacca

i carritteri ogni tantu lassaunu i loru bisogni

e i muscuni ciabbulaunu suprajeumu a caccia di lucettuli…

‘a litturina da ciccum-etnea i saggi ginnici ‘u Nabuccu’a scola sta finennu.

Man manu ca passunu li jonna

sta frevi mi trasi ‘nda ll’ossa

‘ccu tuttu ca fora c’è ‘a guerra

mi sentu stranizza d’amuri…l’amurie

E quannu t’ancontru ‘nda strata

mi veni ‘na scossa ‘ndo cori’

ccu tuttu ca fora si mori na’ mori stranizza d’amuri…l’amuri…

L’incanto contro il rumore

Il ronzio dei caccia è forte, certo, ma diventa irrilevante quando l’amore lo eclissa. Nella canzone, la natura fiorisce mentre l’uomo si distrugge. La “stranizza” è quella scintilla, quel moto ostinato di fioritura in barba al rumore delle bombe.
Mi chiedo spesso: come facciamo a provare gioia quando il mondo attorno sembra crollare? Dopo diverse batoste, devo ammetterlo: è una domanda a cui non so ancora rispondere. Forse non lo sapeva nemmeno Battiato, almeno ai tempi in cui scrisse questo brano. Certe cose non si spiegano, accadono e basta. Il messaggio, probabilmente, risiede proprio nell’imprevedibilità della gioia. La felicità e l’amore non sono scelte, non si banchettano a tavolino. Sono eventi fortuiti che, se trovano un cuore predisposto, esplodono anche sotto il fuoco nemico. Questa “stranezza” è, forse, la nostra unica salvezza.

Il viaggio della meta è il ritorno

Dobbiamo ringraziare la Milano di quegli anni: se Battiato non fosse partito, non sarebbe mai diventato “il Maestro”, appellativo di fronte al quale lui stesso non sembrava affatto lusingato. Ma una cosa è certa: dalla Sicilia è partito e alla Sicilia è tornato. “Stranizza d’amuri” rappresenta questa connessione, un viaggio la cui meta è il riapprodo. Un concetto che ritroveremo in molte altre pubblicazioni, compresa l’ultima, “Torneremo ancora”, che parla, oltre che di reincarnazione, anche di radici e ritorni necessari.
Battiato aveva capito che per parlare dell’Universale (l’anima) doveva procedere per induzione, passare per il particolare (la sua terra, la sua lingua). In questo brano c’è un desiderio di protezione — una “cura” prima de La Cura — un amore che è insieme carnale e contemplativo. Lui ricordava il silenzio delle strade nel dopoguerra e la luce accecante dell’Etna: in questa canzone, quella luce diventa una protezione mistica. Non è solo un pezzo d’amore; è un esorcismo contro la violenza.

Il mio giardino di biancospini

Anch’io ho il mio piccolo “giardino di biancospini”. Mi sono smarrita più volte, l’hanno calpestato, ma lui ha ripreso a fiorire nel bel mezzo di un’arida estate. Anche circondata dalle macerie, la mia anima ha continuato a germogliare. Magari più lentamente, più stancamente, con più diffidenza. Ma non ha smesso. E forse, il merito è proprio di quella “stranizza” che anch’io ho provato tante volte e ancora provo, non intendendola affatto come un’esclusiva “stranizza d’amuri” verso un altro essere umano. E’ arrivata per i miei animali, per le mie idee, per qualcosa che ho visto e la cui esperienza mi ha fatto sentire “strana”.
Qual è quella ‘stranizza’ che ha salvato voi in un momento difficile?

Di seguito, il meraviglioso brano originale di Battiato e un piccolo estratto di una mia semplicissima e personale rivisitazione del brano, per onorare la catarsi e la dolcezza che mi ha trasmesso (le parole sono tradotte in italiano; il siciliano non lo so parlare).