Il mistico e il nichilista: un’origine inaspettata
Per parlare di questa canzone, dobbiamo allontanarci dalla sua natura di “brano pop” e guardarla come un rito di passaggio. È un brano che ha superato il suo autore, diventando una sorta di preghiera laica collettiva. La Cura (1996) non è nata da Battiato da solo. È il frutto del lavoro con Manlio Sgalambro, un filosofo siciliano nichilista, cinico, lontano anni luce dal misticismo di Franco. Questo scontro tra il “mistico” e il “nichilista” è ciò che dà alla canzone il suo peso specifico: non è una melassa sentimentale, ma una promessa fatta con la consapevolezza della finitudine.
“Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie,
dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via
dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo,
dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai”
Si dice che Sgalambro avesse scritto versi molto più duri e filosofici, e che Battiato abbia “addolcito” il contenuto per renderlo fruibile, creando quella tensione perfetta tra il rigore intellettuale del filosofo e l’emotività dell’artista. E allora mi si apre un mondo: è proprio vero che l’intelligenza è tolleranza e collaborazione. L’ormai Maestro Battiato, come mai aveva scelto di riavvicinarsi al profano? Al semplice? Al linguaggio diretto? Forse perché un tempo anche lui era stato tutto questo? Come se il suo fosse un tuffo in una parte di sé un po’ remota. O forse l’ha fatto dopo aver imparato a non cedere a quello che va fin troppo spesso di moda…il giudizio?

La natura profonda del curare
Alla fine, il segreto di ogni cosa a cui si tenga, sta nella sua cura. Una capacità che difficilmente si esercita, credo sia una dotazione innata (da non confondere col sacrificio né con il semplice voler bene). La cura è qualcosa che fa pensare alla mamma che tiene in grembo il suo piccolo e lo avvolge al caldo delle coperte. Fa pensare a una vecchina che pianta, annaffia e accarezza le sue piante. A un cane e al suo umano, che lo coccola, lo fa mangiare, lo porta a spasso, lo accompagna con tristezza e coraggio alla morte, lo ama come lui è stato amato, incondizionatamente.
Ecco, la cura, per me, la vera cura è disinteresse, gratuità. Battiato ha sempre detto che la canzone è indirizzata a una persona cara, ma per lui il concetto di “cura” trascende il rapporto uomo-donna. È un’invocazione di protezione spirituale. Alcuni studiosi hanno suggerito che il testo parli del rapporto tra l’Anima e il Divino, o tra l’uomo e il proprio Sé superiore. Secondo me questa canzone è tutte queste cose insieme. È un ringraziamento.
Oltre la ragione: le leggi invisibili
“Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore”, “Ti guarirò da ogni malinconia”, richiamano concetti di guarigione energetica. “Supererò le correnti gravitazionali” è un riferimento diretto alla fisica quantistica, che Battiato amava citare per descrivere come l’amore possa piegare le leggi della realtà. Sì, tutte scienze inesatte. Ma chi può convincere un uomo libero cosa è esatto e cosa non lo è solo perché non a tutto si può arrivare con la sola ragione? Esistono connessioni che vanno oltre.
“Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore, dalle ossessioni delle tue manie
Supererò le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce per non farti invecchiare
E guarirai da tutte le malattie, perché sei un essere speciale ed io, avrò cura di te”
Battiato ha spesso collegato il prendersi cura alla capacità di “accompagnare” qualcuno nell’aldilà o in un cambiamento radicale della vita (il Bardo). “Curare” significa, in questo senso, proteggere l’altro dal caos della transizione. Battiato non “canta” nel senso tradizionale. Usa una tecnica quasi da cantore liturgico, con un vibrato controllato e una dizione che enfatizza ogni parola come fosse una formula magica. Sussurra. Dichiara le frasi accennando un canto che ha intenzioni sacre. L’assenza di ritmica aggressiva fa in modo che la musica fluttui, creando uno spazio di “sospensione” che serve a far sentire il vuoto, quello spazio che il testo si propone di riempire con la protezione. Golino, l’esecutore delle ritmiche del brano, in questa canzone resta memorabile. Non ci sono virtuosismi, ma un tempo che sembra sospendersi, poi camminare, poi correre lievemente e poi inciampare e poi fermarsi di nuovo. I tamburi che si alternano in un continuo “fill” creano una delle ritmiche più belle che le mie orecchie siano state in grado di sentire.
“Vagavo per i campi del Tennessee come vi ero arrivato, chissà
Non hai fiori bianchi per me? Più veloci di aquile i miei sogni attraversano il mare
Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza
Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza
I profumi d’amore inebrieranno i nostri corpi
La bonaccia d’agosto non calmerà i nostri sensi”

L’onnipotenza dell’umiltà
A un certo punto della canzone Battiato e Sgalambro esprimono un’interruzione del filo conduttore e aprono l’ascoltatore a un viaggio di fantasia, l’immaginazione porta la catarsi e i sogni volano, come le immagini e i suoni (qui c’è anche una variazione armonica che esula da tutto il resto del brano), liberi sul mare. E, quando c’è il risveglio, il ritorno alla realtà, si esprime silenzio, pazienza, essenza, amore, corpi, sensi. Parole bellissime, gentili, nutrienti. In una società che delega la cura ai farmaci o ai professionisti, Battiato rivendica il potere laico della cura. La cura da persona a persona. L’introspezione che risolve. Promettere di proteggere qualcuno dalle paure e donargli la conoscenza delle “leggi dell’universo” è un atto di sfida contro il destino. Un atto quasi da divinità. La canzone dice “supererò”, “ti solleverò”, “ti salverò”. È un atto che sta al confine tra onnipotenza ed estrema umiltà: il soggetto non è chi riceve la cura, ma chi si mette al servizio dell’altro.
“Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto
Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono
Supererò le correnti gravitazionali
Lo spazio e la luce per non farti invecchiare
Ti salverò da ogni malinconia, perché sei un essere speciale
Ed io avrò cura di te. Io sì, che avrò cura di te”
Io trovo questa preghiera semplicemente confortante e buona. Il mio giardino calpestato si rivolge ora a tutti quei piccoli momenti di cura che ho dato e ricevuto. Non sempre, ma alle volte mi è tornato indietro qualcosa. E menomale. Se la “stranizza” è la scintilla che ci fa germogliare, la cura è l’atto consapevole con cui decidiamo di proteggere quella scintilla, in noi stessi o negli altri. Perché in fondo, in un mondo che ci vuole sempre più veloci e distaccati, fermarsi per curare qualcuno è l’atto di disobbedienza più rivoluzionario che ci sia rimasto.

