Non so bene quale sia la via. Non ho la presunzione di avere nessuna certezza e non sono (ahimè) mai stata Altrove. Eppure, l’idea di tornare sotto nuove forme, di riapparire in altri tempi e in altri spazi, è meravigliosamente lucente. Per i malati di nostalgie sentimentali e per gli inguaribili delle dinamiche di attaccamento, sarebbe bello poter rivedere in nuove forme qualcuno che non è più con noi…o qualcosa di noi che non c’è più. Ma sono solo una pragmatica che prova ancora a sognare, quindi, si tratta solo di speranze. Non di certezze assolute. Ad ogni modo, il testamento spirituale che Franco Battiato ci ha lasciato nel 2019, poco prima della sua morte, non è solo una canzone: è il punto di approdo di un viaggio iniziato decenni prima, in Sicilia, e mai veramente finito.
De Lavoisier scomodò e depredò Anassagora rendendo scientifico il principio filosofico antico che Battiato raccoglierà in questo suo testo:
“Un suono discende da molto lontano. Assenza di tempo e di spazio. Nulla si crea, tutto si trasforma. La luce sta nell’essere luminosi. Irraggia il cosmo intero. Cittadini del mondo cercano una terra senza confine”


Il Bardo: vita nella morte, morte nella vita
Il brano, sorretto dalla Royal Philharmonic Concert Orchestra, è un risveglio solenne, quasi sacro. La base teorica è il Libro Tibetano dei Morti: il “Bardo”, quello stato intermedio tra la fine e un nuovo inizio. Battiato, con il documentario “Attraversando il Bardo”, aveva già tracciato la rotta. Qui non canta più per il mercato; canta la sua verità definitiva.
“La vita non finisce. È come il sogno. La nascita è come il risveglio. Finché non saremo liberi torneremo ancora, ancora e ancora”.
Mi piace pensare che le anime belle, quelle profonde, seppure chiuse in una stanza, possano restare e permeare di bellezza ciò che arriverà dopo. Fatico a crederlo, lo ammetto: il mio realismo è stanco di frottole e novelle. Ma sognare non costa niente, e il brivido di questa narrazione ha qualcosa di magnifico.


La migrazione come destino
Spesso Battiato citava la sofferenza dei migranti contemporanei, collegandola alla “migrazione eterna” dell’anima. La città, come il paese, è il rifugio, la zona di comfort, la prevedibilità che ci rassicura. Ma la migrazione — il cambiamento, la contaminazione — ci fa paura perché mette a nudo la nostra fragilità e ci toglie i cardini.
“Lo sai che il sogno è realtà e un mondo inviolato ci aspetta da sempre. I migranti di Ganden in corpi di luce su pianeti invisibili”.
Il migrante, per Battiato, è una metafora dell’essere umano: un’anima in cerca di una casa d’origine che forse non è un luogo fisico, ma una condizione interiore.
Il ritorno alle radici
A quarant’anni da “L’era del cinghiale bianco”, Battiato chiude il cerchio. Questo brano è, a livello biografico, il suo ritorno definitivo a Milo, alle pendici dell’Etna. Per lui, quel vulcano non era una montagna, ma un’entità senziente, il confine ultimo tra il cielo e la terra. Molte le sue “visioni” e i suoi sogni ambientate proprio in quel luogo sacro che all’inizio, prima di comprendere, lo spaventava.
Siamo nel pieno del distacco contemplativo. È lo sguardo di chi ha visto tutto e sa che il dolore è solo una stazione di passaggio. Un ragazzo nato in un paesino è arrivato tanto in alto da mostrarci la bellezza dell’esistenza senza mai dimenticare l’orrore del mondo.
La ciclicità del giardino
Il mio personale giardino è stato, come credo anche il vostro, soggetto a stagioni di aridità e di fioritura, alternando buio e luce. Se la mia anima ha continuato a germogliare nonostante le macerie, non è forse a causa della trasformazione? Del divenire continuo delle cose, come delle stagioni, come degli stati d’animo?
Forse “Torneremo ancora” non è né un semplice conforto né una certezza che spaventa, ma una necessità. Tornare è rinascere, ma è anche riapprodare alla propria terra: là dove abbiamo conosciuto la vita per la prima volta.
E allora mi chiedo: dove siamo davvero a casa? Forse la risposta è nel viaggio stesso. E finché avremo il coraggio di essere “anime in cerca”, continueremo a tornare, ancora e ancora.

