A proposito di migrazioni, di volo, di esistenza, c’è una vera e propria opera che Battiato ci ha regalato ispirandosi all’osservazione naturalistica e alla trascendenza. Lo immagino seduto all’aria aperta, su un prato, mentre osserva il cielo invece di guardare uno smartphone come siamo abituati a fare oggi noi. Guarda la natura e si ispira, gli si riempie l’anima di pensieri onirici e visioni forti e vere.
“Volano gli uccelli volano, nello spazio tra le nuvole
Con le regole assegnate a questa parte di universo, al nostro sistema solare”
L’etologia come sguardo sull’anima
Gli Uccelli (1981), contenuta nell’album “La voce del padrone”, è una canzone che sembra leggera, quasi un’aria da camera, ma che nasconde una riflessione radicale sull’esistenza. Battiato non ha scritto questo brano a tavolino come un esercizio di stile: era un appassionato osservatore della natura. Si dice che trascorresse ore nel silenzio della campagna siciliana o durante i suoi viaggi passasse il tempo a osservare il volo e il comportamento migratorio.
La canzone è scritta come se fosse un documentario etologico. Battiato osserva gli uccelli non come un amante della natura “romantica”, ma come uno scienziato che guarda a una forma di vita che, a differenza dell’uomo, sembra “aver capito tutto” senza bisogno di razionalizzare.
“Aprono le ali, scendono in picchiata atterrano meglio di aeroplani
Cambiano le prospettive al mondo
Voli imprevedibili ed ascese velocissime. Traiettorie impercettibili
Codici di geometria esistenziale”
Questo interesse per il volo e per la migrazione è coerente con la sua ricerca, con la sua anima che si ricompone e aspira alla conoscenza. L’idea lorenziana che gli uccelli siano esseri che vivono in un tempo e in uno spazio “altro”, senza il peso delle sovrastrutture umane, è profondamente sentita in Battiato.
“Migrano gli uccelli emigrano con il cambio di stagione
Giochi di aperture alari che nascondono segreti di questo sistema solare”

La libertà che ci spaventa
Uno tra i desideri che ho sempre avuto, prima che mi rassegnassi al mio essere umana, è quello di poter volare. La libertà, una sconfinatezza e un coraggio naturale, che non ci appartiene ma ci cattura. Gli uccelli volano “senza bandiere”, “senza frontiere”. L’uomo, al contrario, è inchiodato alle sue definizioni, ai suoi confini, alle sue sofferenze. La canzone è una critica silenziosa al genere umano, così spaventato di fronte alla libertà, soprattutto a quella di tutti (non solo della propria). Il volo degli uccelli rappresenta la capacità di elevarsi oltre i problemi terreni. Non è un volo verso il paradiso, ma un volo che ignora il concetto stesso di “problema”. Gli uccelli dominano le correnti per natura. Loro sono la dimostrazione vivente che si può abitare il mondo senza esserne posseduti.
La citazione di J.H. Ewing
Un aneddoto meno noto riguarda l’ispirazione letteraria. Battiato amava citare fonti colte in modo quasi subliminale. Alcuni studiosi hanno rintracciato l’atmosfera del brano in una profonda fascinazione per la letteratura spirituale inglese del primo Novecento, dove l’uccello è spesso simbolo di una libertà che l’uomo, incatenato dal suo ego, può solo contemplare.
La danza dell’equilibrio
Il brano è celebre per il suo suono cristallino e le sue montagne russe sinfoniche e dinamiche (nello strumentale finale abbiamo una serie di suoni e dinamiche che ricordano proprio il volo). Battiato usa il sintetizzatore in modo minimalista, quasi come se volesse ricreare il fruscio delle ali o il cinguettio lontano. È una delle canzoni “meno pop” dal punto di vista della struttura, eppure è diventata un pilastro del pop italiano. La trovo una genialata romantica e delicata ma potentissima allo stesso tempo. Poetica. Senza tempo.
Il ritmo della canzone non è marziale o incalzante. È circolare, rassicurante. Ricorda il movimento degli stormi che cambiano direzione all’unisono senza che nessuno dia ordini. “Gli Uccelli” è la premessa biologica del futuro e costante interesse di Battiato per la migrazione delle anime. Gli uccelli sono i primi “migranti” che Battiato usa come specchio per l’umanità.
“Gli Uccelli” è parte di un album che ha cambiato la storia della musica italiana. Intorno a Battiato in quel momento c’era Giusto Pio, suo braccio destro musicale. Senza il suo violino, “Gli Uccelli” non avrebbe quella vibrazione eterea. Pio era colui che traduceva in note la “visione” di Franco; era l’architetto che costruiva le impalcature sonore su cui Battiato poggiava i suoi pensieri. C’era anche Filippo Destrieri, tastierista fondamentale, capace di creare quel tappeto sonoro ipnotico che fa sentire l’ascoltatore quasi “sospeso” in aria. Un’altra figura chiave intorno a lui era Alberto Radius (storico chitarrista della Formula 3). Nonostante Radius venisse dal rock progressivo, in questo brano (e in tutto l’album) Battiato gli chiese di suonare in modo quasi geometrico, pulito, senza distorsioni. Le chitarre dovevano essere “fili di luce”, non rumore.
Battiato era un perfezionista quasi ossessivo. Si racconta che per ottenere il suono “cristallino” e al contempo rarefatto di La voce del padrone, passasse ore in studio cercando di eliminare qualsiasi asperità sonora. Voleva che la musica fosse “pura”, priva di quella sporcizia tipica del rock o del pop dell’epoca. “Gli Uccelli” è il risultato di questa ricerca: un pezzo che non ha spigoli, proprio come il volo di un uccello è fluido.

Il richiamo al riapprodo
“Cambiano le prospettive al mondo” non è solo una frase, ma il manifesto della sua vita in quel momento. Battiato stava passando dalla sperimentazione d’avanguardia (che vendeva pochissime copie) al successo di massa, ma lo faceva mantenendo uno sguardo “dall’alto”, proprio come gli uccelli della canzone.
E considerato tutto ciò, come mai noi umani siamo così pesanti, così legati a tutto mentre gli uccelli sono così leggeri e sembrano lasciar andare senza difficoltà? In un mondo che alza muri e bandiere, fisiche e mentali, Battiato ci ricorda che la libertà vera non contempla confini. Una sorta di sognante anarchia dove c’è un equilibrio interno che non prevede competizione, sofferenza, sopraffazione, invidia, intenzionalità di malevolenza. Gli uccelli sanno sempre dove tornare, dove andare. Non si perdono mai. Qualcosa che è profondamente lontano dall’essere umano, che aspira al riapprodo ma spesso si perde. Siamo così piccoli!
Anche noi, nel profondo, siamo uccelli in migrazione, ma spesso dimentichiamo come aprire le ali e rimaniamo nel nostro giardino. Non che ci sia nulla di male, ma a volte, concedersi di volare, può essere trasformativo, energizzante, meraviglioso.


