Magic Shop: il Supermercato umano

Con Magic Shop (1979), Battiato firma uno dei suoi testi più feroci, sarcastici e profetici. È un brano che denuncia la mercificazione del sacro e la perdita di senso della cultura occidentale, che trasforma tutto in un prodotto da scaffale.

La Svendita dell’Assoluto

Il testo è un collage di immagini che mostrano come l’alto e il basso si siano mescolati in un minestrone indigesto.

“C’è chi parte con un “raga” della sera

E finisce per cantare “la Paloma”

E giorni di digiuno e di silenzio

Per fare i cori nelle messe tipo Amanda Lear

Vuoi vedere che l’Età dell’Oro

Era appena l’ombra di Wall Street?

La falce non fa più pensare al grano

Il grano invece fa pensare ai soldi”

Il sincretismo ridicolo che apre la canzone è uno sbeffeggio verso chi si finge profondo studiando la musica classica indiana (raga) per poi ricadere nel pop più becero, la Paloma, e passa da rigidi principi etici e poi frequenta i cori nelle messe. È la critica a chi usa la spiritualità come una moda passeggera.

Nel verso successivo distrugge il mito del ritorno al sacro: forse quello che credevamo essere un risveglio spirituale era solo un nuovo mercato finanziario. Niente di più che nuova attenzione al denaro, centrale e unico pensiero umano. Da qui, scaturisce una metamorfosi dei simboli per cui, ad esempio, la falce (simbolo del lavoro o dell’ideologia comunista) è svuotata di senso; il grano (la vita) è diventato solo moneta.

“E più si cresce e più mestieri nuovi

Gli artisti pop, i manifesti ai muri

I Mantra e gli Hare Hare a mille lire

L’Esoterismo di René Guénon

Una Signora vende corpi astrali

Deduco da una frase del Vangelo

I Budda vanno sopra i comodini

Che è meglio un imbianchino di Le Corbusier”

Battiato continua con l’analisi dei nuovi “mestieri”, ed è sempre più indignato dal fatto che l’esoterismo di René Guénon, gli Hare Hare e i Mantra (tutti suoi maestri spirituali di riferimento) siano svenduti, esattamente come la donna delle bancarelle che vende corpi astrali e piccoli Budda da arredamento. Citare Guénon in una canzone pop nel 1979 era un atto di guerriglia culturale. Guénon è il padre del Tradizionalismo, colui che ha denunciato la crisi del mondo moderno. Metterlo nel testo serve a dire: “Ecco, stiamo vendendo anche chi ci ha avvertito che avremmo venduto tutto”.

Chiude la seconda parte con un’altra critica al Vangelo: non cita una frase specifica, ma si riferisce allo spirito generale delle Beatitudini (Matteo 5,3): “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli”. L’Imbianchino rappresenta il “povero in spirito” nel senso gurdjieffiano e cristiano. È l’artigiano che lavora con le mani, che svolge un compito semplice, onesto e diretto. Non ha sovrastrutture intellettuali, non deve dimostrare la sua genialità al mondo; copre un muro di bianco e basta. C’è una purezza nell’esecuzione che lo rende “salvo”. Questa figura è in contrasto con Le Corbusier, che rappresenta l’apice dell’intellettualismo moderno, l’architetto che vuole ridisegnare la vita degli uomini secondo schemi razionali, freddi e spesso disumanizzanti (le sue celebri “macchine per abitare”). Per Battiato, Le Corbusier è il simbolo dell’Ego ipertrofico che si sostituisce a Dio o alla Natura per imporre un ordine artificiale. Battiato preferisce l’umiltà artigiana dell’imbianchino alla presunzione intellettuale del grande architetto Le Corbusier. È un attacco all’architettura moderna che ha tolto l’anima alle città per renderle funzionali ma gelide e impersonali.

Eterna è tutta l’arte dei Musei

Carine le Piramidi d’Egitto

Un po’ naif i lama tibetani

Lucidi e geniali i giornalisti

Supermercati coi reparti sacri

Che vendono gli incensi di Dior

Rubriche aperte sui peli del Papa”.

Per Battiato i Musei contengono tutta l’arte ma usa aggettivi come “carine” o “naif” per le Piramidi e i lama tibetani a sottolineare la superficialità del turista culturale che riduce il mistero millenario a un’attrazione da depliant. Elogia, con ironia, i giornalisti e, mentre i supermercati hanno reparti griffati, la gente si interessa alla cronaca (i peli del Papa), simboleggiando che il gossip e le curiosità più superficiali, destano maggiore attenzione delle cose di valore. Con gli incensi di Dior fa una previsione azzeccata del lusso che si appropria dei rituali (yoga, meditazione, aromaterapia) per farne branding.

Il cinismo del Synth-Pop

Musicalmente, Magic Shop è un capolavoro di contrasti: l’arrangiamento circolare regala un ritmo incalzante, ricordando una “danza mite e frenetica allo stesso tempo”, ambientata nei corridoi di un supermercato, descrivendo la gente comune. Il violino è sarcastico: Giusto Pio esegue linee melodiche che sembrano prendere in giro la solennità dei temi trattati. La musica è volutamente “leggera” per riflettere la vacuità di ciò che Battiato sta descrivendo. Il sottofondo crea un’atmosfera corale che mescola sacro e profano in modo disturbante.

Il recinto dell’Autenticità

In questo “Magic Shop” che è il mondo moderno, il proprio personale giardino è l’unico luogo dove la merce non entra: niente prezzi, solo valore. Nel mio giardino, il “grano” torna a essere grano e non denaro. La terra non si vende ma si abita e le piante al suo interno non sono “carine” per i turisti, sono esseri viventi, parti d’anima con cui dialogo.

Mentre gli altri mettono i Budda sui comodini per estetica, io coltivo il silenzio per necessità. Non vendo parole, promesse o “corpi astrali”, ma documento una ricerca onesta, privata e tesa al “buono”. Questo brano mi invita a essere “l’imbianchina” del mio spazio: fare le cose con semplicità e rigore, senza la pretesa di essere “geniale” come i giornalisti o “creativa” come gli artisti pop.

Battiato in questa canzone ci avverte: l’anima non si compra al reparto “sacro” dei supermercati. Si trova nelle pieghe del silenzio, nel digiuno vero (non quello fatto per moda), e nella capacità di distinguere il grano dai soldi.

Vi sentite mai tentati di rendere “carino” o “vendibile” quello che fate, o riuscite a mantenere quel rigore che Battiato invocava citando Guénon? Il mio giardino è quella zona sacra dove “Dior” non ha potere. E il vostro?